“Uno dei meriti di questo libro è quello di andare oltre un limite, dando agli psicoterapeuti familiari le coordinate per scrivere in maniera scientificamente affidabile e riconoscibile un lavoro così complesso da potere essere descritto e “verificato” come accade per altre epistemologie, come, ad esempio, quelle cognitiviste.….La traccia che Luca propone costituisce una prima forma e maniera per affrontare questa grossa sfida, tenendo presente che tutte le sedute vengono registrate e anche trascritte: unificare questo linguaggio ci aiuterebbe a uscire dal pericolo di cadere in una Torre di Babele”.

[Carmine Saccu, dalla Presentazione]

“Anche a scopo didattico uno strumento come la Trascrizione Clinica Sintetica rappresenta una risorsa per i giovani allievi combattuti tra l’entusiasmo e la necessità di appoggiarsi a sicurezze almeno apparentemente solide: consente non solo di portare avanti la terapia, ma anche di riportare in supervisione uno schema effettivo di che cosa è stato quel colloquio specifico e di seguire la coerenza degli interventi…Non so se sono riuscito a trasmettere con questa introduzione l’ammirazione che mi ha suscitato questo libro, in cui Vallario affronta lo sforzo titanico, profondamente umano, di dare indicazioni su cosa è indispensabile ricordare perchè una terapia assolva alla sua funzione, quella di far emergere una storia diversa, con la quale torni presente nella vita delle persone, pazienti e loro familiari, terapeuti e società, un senso condiviso, necessario per restituire una prevedibilità, un ordine, seppur convenzionali, ad un mondo costantemente minacciato dal caso e dalla follia. Certamente, è un libro da non dimenticare, che sotto l’apparenza di una guida tecnica nasconde insegnamenti più profondi per chi voglia cercarli…uno sforzo che vale assolutamente la pena di fare”

[GianMarco Manfrida, dalla Introduzione]

La “Trascrizione Clinica Sintetica” (TCS) appare così il naturale completamento di un percorso di ricerca e, nello stesso tempo, di sistematizzazione definitiva delle conoscenze teoriche e dei dati delle singole sedute…La TCS permette dunque una selezione dei dati, in funzione del modello teorico di riferimento, e un loro confronto: sia all’interno dello stesso percorso terapeutico, allo scopo di registrare e valutare i cambiamenti avvenuti a seguito dell’intervento; sia tra più percorsi, allo scopo di individuare le analogie, le differenze, i “pattern che connettono” i vari interventi. Il rigore metodologico che ispira, e nello stesso tempo determina, la TCS, non penalizza tuttavia la creatività, caratteristica fondamentale dello stile professionale di Vallario, che egli intende “come occasione per superare il perimetro protettivo delle conoscenze acquisite attraversando ambiti incerti”. Con questo volume Vallario prosegue la sua ricerca sugli strumenti per la psicoterapia, iniziata con i volumi precedenti: a livello di sistematizzazione delle conoscenze (La Scultura della famiglia) e della produzione innovativa di nuovi strumenti (il Cronogramma, la Lunch session trifasica e ora la TCS). Tutti questi lavori hanno dei tratti in comune: la ricerca del rigore scientifico associata alla creatività, l’individuazione di nuove risorse terapeutiche fondata su una solida base formativa, la necessità per il terapeuta di osservarsi oltre che di osservare. Tratti mai in antitesi, ma sempre in una felice sintesi che apre nuovi orizzonti e nuove complessità”.

[Maurizio Martorelli, dalla Prefazione]

 

Fino a che non ho conosciuto una amica che lavora come archivista in una grande biblioteca, avevo sempre pensato che lavorare nel mondo degli archivi fosse qualcosa di estremamente ripetitivo e noioso.
Lei mi ha invece aperto un mondo fatto di indici da inventare e scoprire, di storie che vanno consegnate alla storia con un processo serio, scientifico e al tempo stesso creativo.
Un po’ ho pensato al lavoro dell’archivista quando ho letto il libro di Luca Vallario “Scrivere un colloquio. La trascrizione clinica sintetica”.
È infatti di memoria e conservazione che si parla, facendolo però dal punto di vista terapeutico.
Nei primi capitoli del libro Vallario fa un excursus su tecniche e teorie sistemiche, dimostrando una conoscenza approfondita del nostro paradigma.
L’immagine che apre il primo capitolo, molto suggestiva, del mestiere del terapeuta come zona di frontiera fra arte e scienza, come corpo calloso che unisce i due emisferi cerebrali, rende bene la fatica continua che fa il terapeuta, quella di portare a sintesi conoscenze e istinto, emozioni e ragione. Abbiamo le tecniche, abbiamo la creatività, ci mancano a volte strumenti per codificare, portare a sintesi e condividere ciò che succede nelle nostre stanze.
Nel secondo capitolo Vallario fa una disamina dell’aspetto più “emergente” del nostro lavoro: la parola. La suddivide in tre aspetti: quello del segnale, quella discrepanza che diventa verbo e che dobbiamo seguire come un segugio fino a riuscire a dare un senso al sintomo e alla storia; la parola poi come mezzo dell’azione terapeutica, e infine come obiettivo, come risultato di dare voce a una storia e una sofferenza.
Il terzo capitolo è dedicato invece a una disamina della scrittura in terapia: i suoi utilizzi, la sua utilità.
Nei capitoli successivi, oltre a presentare lo strumento della scheda sintetica, ne dimostra l’applicazione attraverso esempi e casi clinici.
La competenza cognitiva di cui Vallario, attraverso tutto il libro, sottolinea l’importanza è la memoria. Perché è il ricordo il filo che lega e dà senso al nostro agire terapeutico.
Sottolineando la mancanza di strumenti che aiutino i terapeuti in questo esercizio mnestico, Vallario crea e condivide un protocollo, la trascrizione clinica sintetica, che può aiutare nel creare un patrimonio archivistico delle terapie. Un lavoro prezioso ed anche creativo.
E siccome è un libro sulla memoria, inizia ricordando a tutti i colleghi le specificità teoriche e tecniche dell’orientamento sistemico relazionale, a partire dagli assunti filosofici di base fino alle ultime novità pratiche.
Trovo utile la lettura di un libro come quello di Luca Vallario perché il richiamo ad una metodologia seria aiuta la crescita del terapeuta, sia a livello individuale che come categoria globale. Inoltre, la condivisione di strumenti di report come la trascrizione clinica sintetica può avere un valore importante per esempio nell’ambito della ricerca. Non è infatti facile avere strumenti che permettano, al di là delle differenze teoriche ed individuali, di confrontare, e quindi valutare, il nostro lavoro.
Ma per fare questo, abbiamo bisogno di indici condivisi.
Non basta infatti l’istinto, la competenza, l’arte. Ci vuole anche del metodo.
D’altronde, anche Pablo Picasso diceva che l’ispirazione esiste, ma deve trovarti al lavoro.

[Terapia Familiare, novembre 2017, n. 115, anno XL]